Yamaha APX-3: la chitarra che mi ha accompagnato dall’Australia all’Italia
Una chitarra economica, migliaia di chilometri, concerti, esperimenti in studio e una storia che continua.
Perth, ottobre 2013: una chitarra trovata per caso
Arrivai in Australia nell’ottobre del 2013 senza uno strumento, fatta eccezione per le mie armoniche. Le restrizioni sul bagaglio mi avevano costretto a lasciare a casa le chitarre e, una volta arrivato a Perth, iniziai subito a cercarne una affidabile e dal costo contenuto. Non sapendo bene come orientarmi, visto che ero in città soltanto da qualche giorno, decisi di fare un giro da Cash Converters a Morley, poco distante da dove alloggiavo.
All’epoca possedevo una sola chitarra acustica, una Taylor 810ce, quindi ero piuttosto esigente in termini di suono. Mio zio, che mi accompagnava, mi fece notare una Yamaha esposta in vetrina. Con aria scettica chiamai il commesso e chiesi di provarla.
Ne rimasi davvero colpito. Nonostante un suono leggermente inscatolato, lo strumento aveva una bella presenza e un ottimo equilibrio tra le frequenze. L’action era bassissima, ideale per il fingerstyle, il manico comodissimo e i tasti posati alla perfezione. Era una Yamaha APX-3.
Con mia grande sorpresa, veniva venduta insieme a una custodia rigida che, da sola, sembrava valere quasi quanto la chitarra. Nel pacchetto c’erano anche un capotasto Dunlop, corde di ricambio e diversi plettri. Nonostante tutto questo, riuscii a portarla a casa a un prezzo davvero conveniente. Non potevo ancora immaginare quanta strada avremmo fatto insieme.
Dalle strade di Perth ai primi concerti
Da quel momento diventammo inseparabili. La Yamaha rendeva particolarmente bene in accordatura aperta di Re, ma ciò che mi sorprese maggiormente fu il comportamento da amplificata: aveva tutte le frequenze giuste per affrontare un concerto.
Il suono era presente, definito e facile da gestire nell’impianto, senza dover combattere continuamente con l’equalizzazione per trovare lo spazio nel mix. Iniziai a utilizzarla per fare busking, suonando per strada, e successivamente la portai sul palco per diversi concerti. Non era certo la chitarra più costosa che avessi mai suonato, ma aveva qualcosa di molto più importante: era diventata il mio strumento, lo stesso che mi ha permesso di scrivere canzoni come Stelle d’Australia o Ahimai.
Un viaggio di ritorno piuttosto movimentato
Nell’estate del 2014 tornai in Italia lasciando la Yamaha in Australia, convinto che sarei ripartito dopo qualche mese. Per una serie di motivi, però, decisi di rimanere e ci separammo per un paio d’anni. La rividi grazie a un amico che, tornando in Italia per fare visita alla famiglia, ebbe la gentilezza di portarmela in aereo. Gli raccomandai di allentare le corde prima di imbarcarla, temendo che durante il viaggio potesse subire qualche danno; naturalmente si dimenticò di farlo.
Quando finalmente aprii la custodia, invece di trovare uno strumento ridotto in mille pezzi, scoprii che la chitarra era ancora accordata! Questo piccolo aneddoto racconta bene la mia esperienza con gli strumenti Yamaha: non tutte le chitarre del marchio mi hanno colpito per calore o personalità timbrica, ma ho sempre apprezzato la loro straordinaria qualità costruttiva e affidabilità.
Nel caso della mia APX-3, anche il suono era decisamente convincente. Ne ho conservato una piccola testimonianza in un video registrato con lo smartphone nel mio studio. La qualità audio non è eccezionale, ma rende abbastanza bene l’idea delle potenzialità dello strumento.
Una chitarra da palco, con qualche modifica
Negli anni successivi, la Yamaha diventò una delle mie chitarre preferite per i concerti. Mi accompagnò nelle situazioni più disparate e, a un certo punto, decisi perfino di modificarla aggiungendo una seconda uscita. L’idea era piuttosto semplice: utilizzare il pickup piezoelettrico originale per mandare il segnale direttamente all’impianto e un pickup magnetico, posizionato davanti alla buca, per entrare nella pedaliera. In questo modo potevo gestire due segnali differenti, trasformando la APX-3 in una sorta di strumento ibrido, seppur con qualche limitazione.
All’epoca, però, non avevo ancora molta esperienza con questo tipo di configurazione. Non sapevo, per esempio, che la risposta di un pickup magnetico dipende anche dai materiali delle corde: con alcune mute per acustica, i cantini risultavano meno presenti rispetto alle corde basse. Era uno di quegli esperimenti che oggi probabilmente affronterei in maniera diversa, ma che allora mi permisero di scoprire nuove possibilità sonore.
La seconda vita della Yamaha: l’accordatura Nashville
Dopo aver sistemato e personalizzato la mia Madrigal 196 EQ, la Yamaha finì progressivamente nel dimenticatoio. Smisi di utilizzarla per parecchio tempo, finché non ebbi un’idea: avevo bisogno di una chitarra a 12 corde, ma non ne possedevo una. Decisi quindi di montare sulla Yamaha soltanto le corde più sottili di una muta per 12 corde, ottenendo uno strumento capace di doppiare le parti della normale sei corde con un registro più brillante e cristallino.
Il risultato mi piacque immediatamente. Utilizzai questa soluzione in diversi brani, ma probabilmente l’esempio meglio riuscito è Capovolti a Occidente. L’arpeggio che si ascolta a metà canzone è composto da circa sei sovraincisioni, almeno due delle quali registrate proprio con la Yamaha.
Qualche mese dopo scoprii di non aver inventato proprio nulla! Questa particolare configurazione prende il nome di accordatura Nashville (o Nashville tuning). In sostanza, le quattro corde più gravi vengono sostituite con corde di calibro inferiore, accordate un’ottava sopra rispetto all’accordatura standard, mentre le due corde acute mantengono la loro normale altezza.
È una tecnica utilizzata da decenni nelle registrazioni, particolarmente efficace quando si sovrappone una chitarra accordata Nashville a una normale sei corde. Il risultato ricorda la brillantezza di una 12 corde, ma offre possibilità differenti in termini di arrangiamento. Una soluzione semplicissima, che mi permise di dare una nuova identità a uno strumento che ormai utilizzavo sempre meno.
Alla ricerca di una vera 12 corde
Con il passare del tempo, però, maturò il desiderio di acquistare finalmente una buona chitarra a 12 corde. Nell’estate del 2025 provai una Epiphone Hummingbird 12: ero davvero affascinato dall’estetica dello strumento, ma una volta imbracciato non scattò la scintilla. Ne realizzai anche una recensione piuttosto improvvisata (in costume, con il cellulare e in una stanza non trattata acusticamente… prendete il video con le pinze!).
Continuai a guardarmi intorno finché non trovai un’occasione su Thomann per una Richwood A-7012-VA. Avevo già sentito parlare del marchio, ma non avevo mai provato un loro strumento. Appena la vidi rimasi affascinato dall’estetica, ma fu soprattutto il suono a conquistarmi: sembra uno strumento di una fascia di prezzo decisamente superiore.
Ero inizialmente scettico perché, a differenza della Epiphone, non si trattava di una chitarra interamente in legno massello (monta una tavola in abete Sitka massello con fondo e fasce in palissandro laminato). Eppure, la tavola armonica e il progetto complessivo lavorano benissimo insieme. Non ho ancora realizzato una vera recensione, ma potete ascoltarla in questo video.
E la Yamaha APX-3? Che fine ha fatto?
Nel frattempo, la Yamaha è stata venduta. La sua nuova proprietaria si chiama Manuela e vive sull’Appennino tosco-emiliano. Quando ci siamo conosciuti era rimasta colpita dalla storia dello strumento, che allora le avevo raccontato soltanto in parte: questa è la versione completa.
Una storia cominciata per caso nella vetrina di un negozio dell’usato a Morley, proseguita sulle strade australiane, attraversata da un viaggio intercontinentale e continuata tra concerti, registrazioni ed esperimenti musicali. Oggi quella chitarra porta con sé un pezzo della mia vita, e la sua storia continua con Manuela.
Cosa c’è davvero dietro una chitarra?
A volte ci soffermiamo troppo sul marchio, sui legni, sul prezzo o sulle caratteristiche tecniche. Sono aspetti importanti, naturalmente, ma non raccontano tutto. Dietro una chitarra ci sono le mani che l’hanno suonata, i luoghi che ha attraversato, le canzoni che ha contribuito a creare e le persone che ha incontrato; i concerti riusciti e quelli meno fortunati, le ore trascorse a provare e i ricordi che riaffiorano ascoltando una nota.
E forse, in fondo, gli strumenti non ci appartengono davvero. Ci accompagnano soltanto per un tratto di strada, prima di continuare il loro viaggio con qualcun altro.
- La mia Yamaha APX-3: acquistata a Perth nel 2013, compagna di concerti, viaggi e registrazioni.
- Un dettaglio delle meccaniche: la stessa chitarra che affrontò il viaggio dall’Australia all’Italia senza perdere l’accordatura!
- La caratteristica paletta Yamaha, con il suo intarsio floreale e i segni di tanti anni di musica.
- Il sistema di amplificazione originale Yamaha, uno dei motivi per cui questa chitarra si è rivelata una fedele compagna sul palco.
- Il fondo della APX-3: una prospettiva diversa su uno strumento che ha attraversato mezzo mondo.





