De Gregori vs Springsteen: quel che resta delle canzoni di protesta
Woody Guthrie le chiamava protest songs (canzoni di protesta). Lo stesso faceva Bob Dylan quando imitava il suo idolo Woody o quando scriveva brani come Blowin’ in the Wind e The Times They Are A-Changin’.
I tempi sono davvero cambiati. Dylan non ha più scritto canzoni di quel tipo e la produzione inedita del Principe è ferma al bellissimo Sulla strada del 2015. Il buon vecchio Boss, invece, resta da anni fedele ai suoi principi, cantando contro i repubblicani e appoggiando apertamente i democratici.
Sin dai tempi di Cantautore e Viva la guerra, Edoardo Bennato ha provato a mostrarci il ruolo super partes che dovrebbe avere un artista di fronte alle vicende politiche e sociali. Ciò non significa essere codardi o ignavi. È semplicemente un modo per indurci a guardare il mondo da una prospettiva diversa: non esistono necessariamente buoni e cattivi. Spesso i cattivi si travestono da buoni e viceversa.
Ognuno di noi ha la propria idea sulla vicenda israelo-palestinese. Il popolo ebraico, martoriato da Hitler, con l’aiuto dell’Occidente ha colonizzato territori, ucciso e umiliato popolazioni arabe nel tentativo di espandere il proprio spazio vitale. Continua a provocare vittime innocenti in nome della sicurezza del popolo ebraico. Questo è un fatto che molti considerano evidente. Allo stesso modo, è evidente che una parte significativa del mondo arabo non ha mai accettato la presenza di Israele nella regione. A pagare il prezzo più alto, come sempre, sono gli innocenti, intrappolati in una misera striscia di terra.
Quello che però l’opinione pubblica italiana sembra non voler comprendere è che De Gregori, autore di Generale, L’agnello di Dio e Viva l’Italia, ha sempre lasciato parlare le sue canzoni. Le sue opere sono atti d’amore verso il mondo, note di umanità, appelli universali alla pace. Schierare una canzone rischia inevitabilmente di farle perdere parte del suo valore universale.
Ecco l’agnello di Dio
L’agnello di Dio, 1996
Vestito da soldato
Con le gambe fracassate
Con il naso insanguinato
Si nasconde dentro la terra
Tra le mani ha la testa di un uomo
Criticare Springsteen, per De Gregori, significava forse dire: «Non dirò mai quello che volete sentirmi dire, benché il mio pensiero sia evidente». È ovvio, per lui, stare dalla parte dei più deboli.
A costo di sembrare spocchioso, De Gregori si assume il rischio di non essere capito o addirittura di essere odiato. La forza della musica va oltre il messaggio politico, oltre le ideologie e le fazioni contrapposte.
Non c’è nulla di più umano di una canzone, soprattutto in tempi in cui qualcuno crede di poter sostituire la sensibilità e l’ingegno umano con un codice binario.








